Pensando di fare cosa gradita, raggruppiamo qui sotto tutte le tre parti dell’intervista al nostro prof. Jeremy Rifkin, da lui concessa nel novembre 2023 sul canale di Pianeta 2030 di corriere.it
Osservate bene. C’è sempre l’acqua in tutte le manifestazioni della svolta climatica che sembra ci stia sempre più travolgendo: inondazioni, siccità, fusione dei ghiacci, innalzamento dei mari. Che sia troppa o troppo poca. Acqua, sempre. «Ho guardato la prima frase della Bibbia e mi ha scioccato: nell’incipit del libro della Genesi, in principio la Terra era informe e vuota, e le tenebre coprivano la superficie dell’abisso. E lo spirito di Dio aleggiava sulle acque primordiali, poi Dio le divise creando il Cielo e la Terra, il Giorno e la Notte. Eravamo acqua! E l’Apocalisse di Giovanni, l’ultimo Libro della Bibbia, si conclude così: il pianeta come lo conosciamo sarà distrutto, una nuova terra emergerà e non avremo più acqua». Jeremy Rifkin, a 79 anni, è ancora uno dei pensatori più energici che possiate leggere (23 libri al suo attivo) e ascoltare in tema ambientale: economista, sociologo, futurologo, è stato fra i primi a mettere sul tavolo soluzioni alla crisi più grave che ci circonda con parole che oggi ben conosciamo come idrogeno, resilienza, green new deal globale. E non a caso ci sono i suoi suggerimenti in molte scelte dei potenti di Bruxelles, Pechino, Washington. Nel suo nuovo lavoro, Pianeta acqua (edito in Italia da Mondadori) vede nell’origine di tutto la chiave delle soluzioni per la nostra salvezza.

Con 23 libri all’attivo, Jeremy Rifkin è tra i pensatori più energici in tema ambientale. Secondo l’economista e futurologo l’unico modo per gestire i cambiamenti climatici è passare a una «governance bioregionale» per ripristinare la natura senza i limiti delle singole nazioni
Cliccare qui per la prima parte >>> Jeremy Rifkin: «Viviamo nel Pianeta acqua. Gestiamola con governance bioregionali, come quella tra Usa e Canada e Francia e Spagna» Corriere.it di Edoardo Vigna, pubblicata qui sotto
La prima domanda, nella nostra chiacchierata via Zoom dal suo studio americano, è semplice: perché l’acqua è diventata così importante? E qual è la situazione attuale? «Cominciamo con il dire che oggi è come se, tutti noi 8 miliardi di esseri umani, un giorno ci svegliassimo e ci guardassimo intorno senza riconoscere niente, teletrasportati in un’altra parte della galassia. Otto miliardi di esseri umani impauriti che, sperimentando eventi climatici mai visti prima, non sanno cosa fare. E non sappiamo nemmeno se abbiamo un futuro, giovani generazioni in primis. Siamo la specie di mammiferi più recente che conosciamo, qui solo da 250.000 anni, e per il 95 per cento del tempo abbiamo fatto quello che hanno fatto tutte le altre specie: ci siamo adattati al pianeta, come il pianeta ci chiedeva. Abbiamo risposto alle necessità e ci siamo adattati. Come ogni creatura: perché tutti i nostri orologi biologici interni, in ogni organismo, in ogni specie, sono sintonizzati sulla rotazione della Terra, ogni 24 ore, sui ritmi stagionali mentre passiamo attorno al sole. Poi, nell’ultimo 5 per cento della storia, tutto è cambiato».
Non sembra proprio una storia a lieto fine. Ma l’inizio sembra già decisivo.
«Seimila anni fa, in Mesopotamia, è cominciato un esperimento che ha cambiato tutto: la coltivazione dei cereali. L’ultima era glaciale si era ritirata 11.000 anni fa. È arrivato un clima temperato. E noi ci siamo insediati, meno nomadi, più sedentari. Agricoltori e pastori. Fu un successo. Gli umani coltivavano grano e orzo in Mesopotamia, e hanno capito come produrne sempre di più. Però, mentre la popolazione cresceva, fu evidente che non c’era abbastanza grano per tutti. Così gli umani si sono inventati la civiltà idraulica: per sequestrare il “pianeta acqua” – l’idrosfera – con le grandi dighe e i canali per espandere le colture. Accadde lì, poi nella valle dell’Indo, sul Fiume Giallo e sullo Yangtze in Cina. Poi sono venuti la Grecia e il grande Impero Romano, con i suoi acquedotti in Europa, Africa e Asia, e più tardi la civiltà Maya, quella Inca. Finché tutto è culminato nel XX secolo e nel XXI secolo con le grandi dighe idroelettriche e i bacini artificiali, a partire dalla Grande Diga di Hoover, tra Arizona e Nevada – che peraltro sta esaurendo il suo bacino –, fino a quella cinese delle Tre Gole».
Il trionfo dell’ingegneria umana.
«Sì, ora però stiamo assistendo alle conseguenze di tanta ubris, dell’arroganza delle azioni di chi credeva di poter prendersi un intero “pianeta d’acqua” per l’uso esclusivo e utilitaristico di una sola specie. Ora è arrivata la violenza della rinaturazione provocata da noi, dal riscaldamento globale».
Quasi un fulmine a ciel sereno, mentre spremevamo risorse attraverso l’uso dell’acqua.
«Eppure avremmo dovuto accorgercene fin dal 1972. Ricorda l’immagine della Terra scattata con una macchinetta fotografica da un astronauta dell’Apollo 17 diretto verso la Luna?».
“Blue marble”, – “biglia blu” – l’hanno chiamata.
«Appunto: pensavamo di vedere un bellissimo pianeta verde, lo scatto ne mostrava uno bellissimo, ma blu. Eppure è stato solo nel 2021 che l’Agenzia spaziale europea ha dichiarato: “Questo è il Pianeta acqua”. Ora le acque si stanno ribellando. Avevamo bruciato tutti gli alberi per produrre energia in Gran Bretagna, con la proto-rivoluzione industriale, adesso continuiamo a bruciare carbone, petrolio e gas emettendo nell’atmosfera gas serra così densi da non permettere al calore del sole di tornare indietro. Così, per ogni grado in cui la temperatura sale sul pianeta, l’atmosfera risucchia il 7 per cento in più di precipitazioni dagli oceani, dai laghi, dai fiumi, dai torrenti, dal suolo, dagli alberi, dalle foglie. Ebbene, entro il 2050 tutta la nostra infrastruttura sarà crollata. Quello che accade, e che non vediamo, è che l’idrosfera sta in realtà sta creando il nuovo ecosistema. Ci sta dicendo dove e come sarà distribuita la vita. Ben oltre noi umani…».
Che possiamo fare?
«La sua domanda mostra la prima cosa da non fare: continuare a pensare come possiamo controllare il Pianeta acqua. Non possiamo! Noi, con la nostra scienza deduttiva di Platone, con le scienze induttive battezzate da Francis Bacon… Siamo ridicoli. Non abbiamo un copione perché stiamo usando lo stesso insieme di premesse che hanno dato origine a questo evento di estinzione. Gli scienziati dicono che potremmo perdere metà delle specie su questo pianeta nel corso della vita dei bambini di oggi in Italia. Il copione che stiamo usando è l’illuminismo, è la rivoluzione industriale, è l’era del progresso fino al 21° secolo. Sono l’Osce, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Onu. E ci chiediamo perché non stiamo andando da nessuna parte? Quindi quello che dobbiamo fare è ripensare tutto».
È davvero possibile? Lei come ha fatto?
«Dobbiamo ripensare il modo in cui ci relazioniamo con la natura. Qual è il nostro approccio all’indagine scientifica, come educhiamo i nostri figli, quale sistema economico dovremmo adottare. Partendo dal principio che viviamo su un pianeta d’acqua. La mia riflessione è cominciata più di 50 anni fa, ma deve qualcosa anche a Romano Prodi. La prima protesta che ho fatto è stata nel 1973, per il 200° anniversario del Boston Tea Party, la rivolta dei coloni nordamericani contro il Regno Unito, che gettarono il tè in mare perché venivano tassati: erano i giorni in cui l’Opec metteva l’embargo sul petrolio e nessuno poteva procurarsi la benzina».
In Italia ricordiamo l’austerity e le domeniche senza auto.
«Quel giorno del ’73 a Boston gettammo nell’oceano barili di petrolio vuoti: nevicava, eppure alla manifestazione fui sorpreso dalla presenza di migliaia di persone, intere famiglie. Per molti anni ancora, però, non capivamo cosa fare davvero. E qui entra in gioco Prodi (allora presidente della Commissione europea, ndr). Un giorno di dicembre venne a trovarmi a Washington. “Hai trascorso 20-25 in America, e non stanno davvero ripensando il nostro pianeta. Vieni in Europa”, mi disse, “faremo ciò che dici”. Ci trasferimmo con mia moglie: fu allora che abbiamo lanciato l’economia dell’idrogeno. E fu allora che dissi a me stesso: se l’intera civiltà che abbiamo sviluppato per 6.000 anni ci ha portato sulla strada sbagliata, dobbiamo tornare indietro e guardare meglio i grandi cambiamenti nella storia».
Cosa concluse?
«Ogni grande mutamento nel modo in cui la nostra specie interagisce con il mondo naturale fin dall’alba della civiltà è riconducibile a rivoluzioni epocali delle infrastrutture, in cui l’idrosfera è il motore primo. I nuovi paradigmi infrastrutturali comprendono quattro componenti indispensabili per mantenere un’esistenza sociale collettiva, e tutte hanno a che fare con la civiltà idraulica urbana: nuove forme di comunicazione, nuove fonti di energia e potenza, nuove modalità di trasporto e logistica e, soprattutto, nuove modalità di gestione dell’idrosfera. La chiave è sempre l’acqua. Ci sono quattro sfere che gestiscono la vita. L’idrosfera, la litosfera, l’atmosfera e la biosfera. Ma la prima guida tutto».
L’acqua oggi ci manda un messaggio violento.
«Stiamo vivendo la fine di qualcosa. Assistiamo in tempo reale al passaggio dalla globalizzazione alla glocalizzazione. Dalla geopolitica, che pure ci appare totalizzante, alla biopolitica. Pensiamo di essere ancora i padroni del pianeta, è l’acqua che sta determinando il futuro. E non c’è modo di continuare a sequestrare l’idrosfera. Come si isolano le inondazioni? Gli uragani? Le siccità e gli incendi? Questo è ciò con cui faremo i conti, ma noi siamo bloccati dall’idea di essere i padroni dell’universo, separati dalla natura. In questo le tradizioni occidentali sono diventate la tradizione globale. Le religioni orientali potrebbero essere in grado di affrontare meglio questo problema: se parli però con una famiglia cinese o giapponese, i loro figli imparano in tenera età, piuttosto presto, che siamo parte della natura. Comunque non dimentichiamo che è l’Europa ad aver creato una scienza chiamata ecologia».
Come si esce da questa trappola?
«Cominciamo con l’osservare che stiamo già andando verso una delle soluzioni: la governance bioregionale. All’idrosfera non importa nulla dei confini nazionali. Gli eventi climatici estremi influenzano gli ecosistemi. Attraversano i confini. Quindi quello che sta succedendo, per puro pragmatismo, è che i governi si stanno aprendo a un approccio in cui mantengono la loro sovranità nazionale ma permettono anche di attraversare i confini locali, condividendo un ecosistema comune».
Lei intende: per fare insieme prevenzione, salvataggio e ripristino? «Questo è l’unico aspetto in cui l’America è avanti agli altri mondi. Ne abbiamo due. La prima è la bioregione della Cascadia, che coinvolge gli Stati del Pacifico settentrionale, fra Usa e Canada: Washington, Oregon, Montana, Idaho, British Columbia, Saskatchewan, Yukon. Sono gestiti come un ecosistema comune. La seconda chiama in causa i Grandi Laghi: gli otto stati Usa e le due province canadesi che li condividono».
Il 20 per cento della quantità totale di acqua dolce rimasta sulla Terra si trova in quei cinque Grandi Laghi interconnessi del Nordamerica.
«Il rischio è che facciano la fine del lago d’Aral, in Asia, che si è ridotto a una piccola frazione di ciò che era. Con la governance bioregionale non lasceranno che ciò accada. Ho lavorato per gli ultimi presidenti della Commissione Ue, compresa Ursula von der Leyen: in Europa ce n’è una fra Francia e Spagna. Sto collaborando con la Cina, il ministro dell’Ecologia e altri otto colleghi hanno localizzato le loro bioregioni. Questo è il meglio per la nostra specie: ci stiamo rendendo conto che non possiamo fare affidamento sui vertici. La geopolitica punta sulla centralizzazione verso l’alto, ma l’infrastruttura centralizzata non funziona. Vale lo stesso per le grandi corporation digitali californiane: non c’è abbastanza acqua per quello che stanno facendo. Lo sa che per ogni domanda che rivolgiamo all’intelligenza artificiale, per ottenere da 15 a 30 risposte, serve una bottiglia d’acqua? Milioni di persone, centinaia di milioni di richieste: non si può fare».
Clicca qui per la seconda parte >>> Jeremy Rifkin: «Ci serve un internet dell’acqua. Un sistema di (micro)raccolta per mettere in condivisione» Corriere.it di Edoardo Vigna, pubblicata qui sotto
Cosa manca perché questo approccio funzioni in modo diffuso?
«Gandhi diceva che tutto, il modo in cui esistiamo nella vita, inizia a livello locale. Dobbiamo iniziare a “scalare” le infrastrutture, ma la governance bioregionale lo farà. Sa perché? Quando si verificano ripetutamente eventi climatici, come l’inondazione a Valencia e l’uragano Milton in Florida, sempre più persone cominciano a ragionare: non ci sono assicurazioni a tutelarle, non sanno cosa fare. Quando si arriva alla governance bioregionale, inizieranno a rimboccarsi le maniche e a lavorare su ecosistemi comuni, e lo faranno su base regionale perché non hanno alternative».
Anche sul piano del paradigma economico bisogna quindi cambiare.
«Abbiamo vissuto due secoli di rivoluzione industriale con la produzione centralizzata, quella che chiamiamo produzione sottrattiva, che usa molto materiale, e ne spreca buona parte. Ora sta emergendo una produzione additiva, come quella che utilizza la stampa 3D. Migliaia di architetti e ingegneri stanno facendo parti di macchine, turbine eoliche, ponti, case usando questo strumento che non perde nulla del materiale prelevato. Penso all’italiano Mario Cucinella: ha realizzato così la prima casa di argilla ottenuta esclusivamente da suoli argillosi disponibili in loco. La struttura ecosostenibile è stata depositata dalla stampante in 200 ore, senza che la costruzione generasse scarti o residui significativi. Negli Emirati Arabi, il 25 per cento di tutti gli edifici sarà stampato in 3D entro il 2030, l’Arabia Saudita vi ha investito 500 miliardi. Si sta muovendo ovunque. In un mondo globalizzato e distribuito, questo è ciò che sta emergendo. Non sono teorie accademiche. È l’azione di aziende, ingegneri, scienziati, un’intera nuova generazione di startup e centri di innovazione nelle università. Anche se magari ancora non sanno perché lo stanno facendo. Ma non è una questione politica. Non è destra o sinistra».
Nel libro parla anche dell’importanza della creazione di microreti idriche.
«E infatti penso a Battelle: è un istituto privato dell’Ohio che lavora per il Dipartimento dell’Energia. Ha sollevato il tema della raccolta dell’acqua, di un internet dell’acqua. Dobbiamo raccoglierla dappertutto, anche quando scende torrenziale. Raccoglierla su ogni tetto e su ogni edificio del mondo, e poi metterla al sicuro dove si può. Sottoterra o in microreti idriche distribuite, così che poi l’intelligenza artificiale la condivida con altre reti distribuite nelle comunità quando c’è siccità, quando ci sono ondate di calore, quando se ne ha bisogno, per l’agricoltura, eccetera. Già ora in America ci sono sistemi di purificazione in vari edifici, che raccolgono le acque piovane e le acque grigie e le riusano. Saranno centinaia di milioni le microreti idriche nei prossimi 20 anni».
Il Mediterraneo – con l’Italia al centro – è un hotspot climatico, fra le aree più vulnerabili del pianeta, come racconta anche lei nel libro. Da quale suggerimento partirebbe?
«Proprio dalla governance bioregionale. Non resta che attivarle anche qui, cominciando con il riunire le vostre università in regioni comuni che condividono l’ecosistema. L’Italia dovrebbe essere leader. Voglio sottolineare come la prima ministra Giorgia Meloni abbia fatto qualcosa di molto audace. All’ultimo vertice ha introdotto l’idea che il G7 ora debbano avere a che fare con l’acqua. Non un approccio semplice. Grazie. Lei ha fatto in modo che il prossimo summit, che si terrà in Canada a giugno, si muoverà su una coalizione per l’acqua».
In che senso riunire le università può essere decisivo?
«Nel Mediterraneo ci sono i Paesi Ue e ci sono quelli che vi si affacciano, riuniti nell’Unione per il Mediterraneo, che ha sede a Barcellona ed è stata sempre un po’ sonnolenta. Ma sta iniziando a muoversi. In quest’area ci sono 165 università, lavorano già moltissimo insieme, i professori si conoscono, collaborano. Dovrebbero iniziare a creare una governance bioregionale dell’ecosistema comune. Devono “vederlo” e non è politica. Non ci sono partiti che lo fanno. Ecco, fate in modo che – una volta che questa guerra in Medio Oriente sarà finita – le università lavorino con i loro governi, che hanno a che fare con le infrastrutture e le opportunità di business. È ciò che sta accadendo in America, dove la maggior parte degli stati “rossi” (che votano repubblicano, ndr) sono eolici e solari»
Quanto può essere difficile?
«Forse non lo è, invece. Tutti sono al capolinea, alla fine di un modo di vivere. Questa è l’alternativa, che potrebbe anche dare coraggio a un’intera generazione giovane. Si parla di 540 milioni di persone che hanno condiviso un’eredità comune. La Spagna è stata sotto il controllo musulmano per secoli. Sono realtà familiari fra loro. Se si guarda al passato antropologico e alle affiliazioni reciproche, hanno una storia che condividono. Le università saranno fondamentali per il giorno dopo».
L’idea di essere sull’orlo di una catastrofe, in realtà, spinge spesso l’opinione pubblica alla rassegnazione.
«Invece, come sappiamo bene, le crisi hanno creato opportunità in tutta la storia. È quando ci sono che ci motiviamo. E questa è la più grande crisi nella storia della nostra specie. Così abbiamo l’opportunità di rifare l’intera infrastruttura. Una terza rivoluzione industriale distribuita che può permetterci di lavorare in nuovi ecosistemi ed ecosistemi, creare innumerevoli posti di lavoro».
Quindi lei dice che ora abbiamo l’opportunità di rifare l’intera infrastruttura. E di ricostituire il pianeta. Non è un piano troppo ambizioso?
«Noi sappiamo che, per ogni dollaro investito in infrastrutture in tutto il mondo, si ottengono tre dollari di Pil. Le racconto questo. Abbiamo preparato un piano per il senatore Chuck Schumer, (dal 2021 leader democratico della maggioranza al Senato, fino al passaggio di poteri di gennaio, ndr). Sono andato a trovarlo e lui mi ha detto: “So cosa stai facendo in Europa e in Cina, vogliamo un piano su misura per l’America. Ho trascorso 14 mesi con lui. Ho coinvolto aziende da tutto il mondo. Abbiamo fatto una tabella di marcia di 17 trilioni di dollari in 20 anni per trasformare completamente gli Stati Uniti, finanziata dai fondi pensione, dai fondi assicurativi, dai green bond e dalle banche. È nel piano Build Back better (o Bbb, è una strategia volta a ridurre il rischio per i popoli delle nazioni e delle comunità a seguito di futuri disastri e shock, ndr): solo una piccola parte di questo piano è entrato nella legislazione finale firmata dal presidente Joe Biden. Ma sta iniziando a muoversi, soprattutto per la parte che riguarda l’idrogeno».
Tra le questioni centrali causate dalla “rivolta dell’acqua” c’è il tema delle migrazioni climatiche. In senso più ampio, la risposta al fenomeno migratorio è una delle ragioni principali della rielezione di Donald Trump, che ha innanzitutto annunciato la deportazione di massa dei migranti illegali. Si tratta anche di una delle questioni politiche cruciali in molti Paesi, Italia in primis. Lei evidenzia il dato legato agli effetti delle varie catastrofi climatiche: numeri davvero impressionanti. Che risposta ritiene possibile?
«La comunità scientifica calcola che per ogni grado centigrado in più sul pianeta, più di un miliardo di persone si potrebbe trovare costretto a migrare. Ora siamo già a +1,5°. E ci sono tantissime persone che lasciano la propria casa: perché devono fare di tutto per sopravvivere. Non hanno acqua per le colture, o da bere, o per l’industria, o per creare elettricità. Il governo tedesco ha un’agenzia responsabile di queste questioni che ha fatto uno studio sui rifugiati climatici. Ha concluso che bisognerebbe già creare una sorta di “passaporto climatico” per chi vive nelle isole del Pacifico che stanno per essere sommerse, e poi ampliarne l’effetto altrove. Sarà inevitabile, hanno sentenziato. Come modello hanno usato il “passaporto Nansen”, nato dopo la Prima Guerra Mondiale, con la scomparsa dei vari Imperi, rilasciato inizialmente ai rifugiati russi e qualche tempo dopo a quelli armeni, il grosso degli apolidi in tutta Europa. I confini erano stati ridisegnati e quindi molte genti non potevano rimanere dove erano ma neanche potevano andare altrove. Questo passaporto permetteva di attraversare i confini e trovare una Paese della Società delle Nazioni che lo accogliesse. Funzionò: 450.000 rifugiati ne fecero uso fino al 1942, riconosciuti da 52 Paesi».
Un modello a cui però oggi pochi potrebbero sembrare interessati.
«Prima o poi ci saranno i passaporti climatici, lo sappiamo tutti. La scienza ci mostra che migrazioni climatiche importanti avverranno dalle regioni subtropicali alle verso latitudini più settentrionali: dalla Siberia ai paesi nordici fino all’Artico. Un gran numero di nuovi studi e rapporti demografici indica che nei prossimi 45 anni un americano su 12 probabilmente fuggirà dalla metà meridionale degli Stati Uniti e si sposterà verso le montagne a ovest e a nordovest. Bisognerà capire come si creeranno i corridoi climatici, e dove e come i rifugiati climatici si fermeranno lungo la strada: potrebbero dover rimanere in vari posti per anni prima di spostarsi ulteriormente…».
Enormi masse di persone in movimento. Vede questo nel futuro?
«Popolazioni destinate a muoversi e poi a muoversi ancora. Ma dobbiamo fare anche un passo indietro. Noi umani siamo una specie nomade, lo siamo sempre stati da quando abbiamo cominciato ad attraversare i continenti, gli oceani. E questo perché siamo fra le specie viventi più adattabili. Ancora oggi, Secondo l’U.S. Census Bureau, un/una diciottenne si sposterà in media 9,1 volte nel corso della sua vita, spesso in regioni molto lontane. Per non parlare delle persone che ogni anno fanno parte di una forza lavoro globale. Nelle Filippine c’è chi trascorre parte dell’anno negli Emirati per lavorare, invia denaro a casa e poi torna nelle Filippine. Siamo stati cacciatori-raccoglitori per il 95 per cento del tempo, solo nell’ultimo 5 per cento agricoltori e pastori della civiltà idraulica urbana. In futuro anche l’idea di “attaccamento al luogo” assumerà un significato assai diverso».
Quindi forse sarebbe utile riflettere su questi corridoi climatici per i rifugiati.
«È interessante che chi ha mappato i primi corridoi di migrazione umana dice che occorrerebbe seguire gli animali, le piante e gli insetti che con i loro orologi biologici dicono dove andare. Che si tratti di farfalle, uccelli, rane. Gli esseri umani dovrebbero guardare agli stessi corridoi, ma non troppo vicini, per non minare l’ambiente naturale. La domanda diventa: cosa accade lungo la strada? Ci saranno momenti in cui ci si trasferirà per dieci anni in un altro posto, ma poi lì le cose peggiorano. E bisognerà spostarsi da qualche altra parte e ancora. Così dovremmo abbandonare l’idea stessa dei campi profughi e cominciare a parlare di città effimere».
La terza ed ultima parte >>> Jeremy Rifkin: «L’acqua è l’unico capitale che conta. Con le città pop-up potremo gestire le migrazioni climatiche» Corriere.it di Edoardo Vigna

Interessante anche l’intervista del 27 novembre 2024 (qui sotto) sempre di Edoardo Vigna all’economista Jeremy Rifkin in cui “Internet dell’Acqua” e le Università devono essere uniti contro la crisi >>> CLICCA QUI
C’è sempre l’acqua in tutti le manifestazioni della svolta climatica che sembra ci stia sempre più travolgendo: inondazioni, siccità, fusione dei ghiacci, innalzamento dei mari. Che sia troppa o troppo poca. Acqua, sempre. «Ho guardato la prima frase della Bibbia e mi ha scioccato: in principio la Terra era informe e vuota, e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque primordiali. Poi Dio apparve e le divise creando il Cielo e la Terra. Dopo! Eravamo acqua! E nell’Apocalisse di Giovanni, l’ultimo Libro biblico, si dice: il pianeta come lo conosciamo sarà distrutto, e non ci sarà più acqua».
L’economista e futurologo americano lancia un appello a 360° per combattere il climate change: «Bisogna cambiare le regole del gioco. Passare dalla geopolitica ad azioni decentralizzate, in America e nel Mediterraneo. Adottare nuove tecnologie e coinvolgere i professori di tutti gli atenei. L’acqua sta ridisegnando l’ecosistema»
Jeremy Rifkin, a 79 anni, è ancora uno dei pensatori più energici che possiate leggere (23 libri al suo attivo) e ascoltare in tema ambientale: economista, sociologo, futurologo, è stato fra i primi a mettere sul tavolo soluzioni alla crisi più grave che ci circonda con parole che oggi ben conosciamo, da idrogeno a resilienza. Non a caso ci sono i suoi suggerimenti in molte scelte dei potenti di Bruxelles, Pechino, Washington. Nel suo nuovo lavoro, Pianeta acqua (edito in Italia da Mondadori) vede nell’origine di tutto la chiave delle soluzioni per la nostra salvezza. La prima domanda, nella nostra chiacchierata (via Zoom, dal suo studio americano), è dritta e inevitabile.
Qual è la situazione attuale?
«È come se, tutti noi 8 miliardi di esseri umani, un giorno ci svegliassimo e ci guardassimo intorno senza riconoscere niente, teletrasportati in un’altra parte della galassia. Otto miliardi di esseri umani impauriti che sperimentano eventi climatici mai visti e non sanno cosa fare. E nemmeno se – giovani generazioni in primis – ci sia, un futuro. Siamo la specie di mammiferi più recente, qui solo da 250.000 anni, e per il 95 per cento del tempo ci siamo adattati al pianeta. Poi, nell’ultimo 5 per cento, tutto è cambiato».
Già dall’inizio non sembra una storia a lieto fine.
«Diciamo che 6mila anni fa, in Mesopotamia, è cominciato un esperimento che ha modificato tutto: la coltivazione dei cereali. Dopo l’ultima era glaciale è arrivato un clima temperato. Noi ci siamo insediati, meno nomadi, agricoltori e pastori. Fu un successo. Però, mentre la popolazione cresceva, fu evidente che non c’era abbastanza grano per tutti. Così gli umani si sono inventati la “civiltà idraulica”: per sequestrare il “pianeta acqua” – l’idrosfera – con le dighe e i canali ed espandere le colture. Accadde lì, poi nella valle dell’Indo, sul Fiume Giallo e sullo Yangtze in Cina e così via. Finché tutto è culminato nel XX secolo e nel XXI secolo con le grandi dighe idroelettriche e i bacini artificiali, a partire dalla Grande Diga di Hoover, tra Arizona e Nevada – che peraltro sta esaurendo il suo bacino –, fino a quella cinese delle Tre Gole».
Il trionfo dell’ingegneria umana.
«Ora però stiamo assistendo alle conseguenze di tanta ubris, dell’arroganza delle azioni di chi credeva di potersi prendere un intero pianeta d’acqua per l’uso utilitaristico di una sola specie. Così è arrivata la violenza della rinaturazione provocata da noi, dal riscaldamento globale».
Quasi un fulmine a ciel sereno?
«Avremmo dovuto accorgercene fin dal 1972. Ricorda l’immagine della Terra scattata con una macchinetta fotografica da un astronauta dell’Apollo 17 diretto verso la Luna?».
“Blue marble” (biglia blu) l’hanno chiamata.
«Appunto: ci aspettavamo di vedere un bellissimo pianeta verde, lo scatto ne mostrava uno bellissimo ma blu. Eppure solo nel 2021 l’Agenzia spaziale europea ha dichiarato: “Questo è il Pianeta acqua”. Ora le acque si stanno ribellando. Per ogni grado in più, l’atmosfera risucchia il 7 per cento in più di precipitazioni dagli oceani, dai laghi, dai fiumi, dal suolo… Ebbene, entro il 2050 tutta la nostra infrastruttura sarà crollata. L’idrosfera sta creando un nuovo ecosistema. Ci dice dove e come sarà distribuita la vita. Ben oltre noi umani…».
Che possiamo fare dunque?
«La sua domanda mostra la prima cosa da non fare: continuare a pensare che possiamo controllare il Pianeta acqua. Non possiamo! Noi, con la nostra scienza deduttiva di Platone, con le scienze induttive battezzate da Francis Bacon… Siamo ridicoli. Dobbiamo ripensare tutto».
L’acqua ci manda un messaggio violento.
«Viviamo la fine di qualcosa. Non c’è modo di continuare a sequestrare l’idrosfera. Come si isolano le inondazioni? E gli uragani? Eppure noi siamo bloccati dall’idea di essere i padroni dell’universo, separati dalla natura. Le religioni orientali potrebbero affrontare meglio il problema: nelle famiglie cinesi o giapponesi, i figli imparano presto che siamo parte della natura. Sebbene sia l’Europa ad aver creato la scienza chiamata ecologia».
Come si esce da questa trappola?
«Stiamo già andando verso una delle soluzioni: la governance bioregionale. All’idrosfera non importa nulla dei confini nazionali. Così, per puro pragmatismo, i governi si stanno aprendo a un approccio in cui mantengono la loro sovranità nazionale ma permettono anche di attraversare i confini locali, condividendo un ecosistema comune».
Lei intende: per fare insieme prevenzione, salvataggio e ripristino?
«Questo è l’unico aspetto in cui l’America è avanti. Abbiamo due bioregioni. La prima, la Cascadia, coinvolge i vari Stati del Pacifico settentrionale: Washington, Oregon, Montana, Idaho, (e in Canada, ndr) British Columbia, Saskatchewan, Yukon. Sono gestiti come un ecosistema comune. La seconda chiama in causa i Grandi Laghi: otto stati Usa e due province canadesi che li condividono».
l 20 per cento del totale di acqua dolce sulla Terra ora si trova lì, nei Grandi Laghi appunto.
«Il rischio è che facciano la fine del lago d’Aral, in Asia, ridotto a una piccola frazione di ciò che era (vedere reportage a pag. 14, ndr). La governance bioregionale non lascerà che accada. E poi ho lavorato per gli ultimi presidenti della Commissione Ue, compresa Ursula von der Leyen: in Europa ce n’è una fra Francia e Spagna. Inoltre sto collaborando con la Cina: il ministro dell’Ecologia e 8 colleghi hanno localizzato le loro bioregioni. È il meglio per la nostra specie: non possiamo fare affidamento sui vertici. La geopolitica punta verso l’alto, ma l’infrastruttura centralizzata non funziona».
Cosa serve perché funzioni in modo diffuso?
«Gandhi diceva che tutto il mondo in cui esistiamo inizia a livello locale. Quando si verificano ripetutamente eventi climatici come l’inondazione a Valencia e l’uragano Milton in Florida, sempre più persone cominciano a ragionare: non ci sono assicurazioni a tutelarle. Con la governance bioregionale inizieranno a rimboccarsi le maniche su base regionale, perché non hanno alternative».
Sul piano economico che cambiamento ipotizza?
«Abbiamo vissuto due secoli di rivoluzione industriale con la produzione centralizzata, quella che chiamiamo produzione sottrattiva, che usa molto materiale, e ne spreca buona parte. Ora sta emergendo una produzione additiva, che utilizza la stampa 3D. Migliaia di architetti e ingegneri stanno creando così parti di macchine, turbine eoliche, ponti, case. Penso all’italiano Mario Cucinella: ha realizzato la prima casa di argilla ottenuta esclusivamente da suoli disponibili in loco. La struttura ecosostenibile è stata depositata dalla stampante in 200 ore, senza che la costruzione generasse residui significativi. Negli Emirati Arabi, il 25 per cento di tutti gli edifici sarà stampato in 3D entro il 2030, l’Arabia Saudita vi ha investito 500 miliardi. Non sono teorie accademiche».
Nel libro parla anche dell’importanza della creazione di microreti idriche.
«Dobbiamo raccogliere l’acqua dappertutto, non lasciarla andare, su ogni tetto o edificio del mondo, poi metterla al sicuro dove si può. Sottoterra o in microreti idriche distribuite, così che poi l’intelligenza artificiale la condivida con altre reti nelle comunità quando ci sono ondate di calore, quando ne ha bisogno l’agricoltura. Già ora in America ci sono sistemi di purificazione in vari edifici, che raccolgono le acque piovane e le acque grigie e le riusano. Saranno centinaia di milioni le microreti idriche nei prossimi 20 anni».
Il Mediterraneo – l’Italia ne è al centro – è un hotspot climatico, fra le aree più vulnerabili.
«Non resta che attivare la governance cominciando con il riunire le vostre università in regioni che condividono l’ecosistema. L’Italia dovrebbe essere leader: Giorgia Meloni all’ultimo summit ha introdotto l’idea che i G7 ora debbano avere a che fare con l’acqua. Grazie. Così il prossimo, in Canada a giugno, si muoverà su questo».
Riunire le università. Può essere decisivo?
«Nel Mediterraneo ci sono 165 atenei, collaborano già molto, i professori si conoscono. Fate in modo che lavorino con i governi, e che, il “giorno dopo la guerra”, lavorino tutte insieme».
Tra gli effetti della “rivolta dell’acqua” ci sono le migrazioni climatiche. In senso ampio, la risposta al fenomeno migratorio è una delle questioni politiche cruciali in molti Paesi.
«Per ogni grado centigrado in più sul Pianeta più di un miliardo di persone potrebbe essere costretto a lasciare la propria casa per sopravvivere. Siamo già a +1,5°. Un’agenzia del governo tedesco ha fatto uno studio sui rifugiati climatici e ha concluso che bisognerebbe creare una sorta di “passaporto climatico” per chi vive nelle isole del Pacifico che stanno per essere sommerse, e poi ampliarne il funzionamento. Sarà inevitabile».
Pochi potrebbero sembrarne interessati oggi.
«Migrazioni importanti avverranno dalle regioni subtropicali verso la Siberia, i Paesi nordici, l’Artico. Un americano su 12 probabilmente fuggirà da sud verso le montagne a ovest e a nord. Bisognerà capire come si creeranno i corridoi climatici».
Enormi masse di persone in movimento…
«Noi umani siamo una specie nomade, per questo tra le più adattabili. In futuro anche l’idea di “attaccamento al luogo” avrà un significato diverso. Chi ha mappato i primi corridoi di fuga dice che occorrerebbe seguire gli animali – farfalle, uccelli, rane – che con i loro orologi biologici dicono dove andare. Gli esseri umani dovrebbero guardare agli stessi corridoi, ma non troppo vicini, per non minare l’ambiente naturale».
Ma ora con Trump?
«Tutti avranno a che fare con il Pianeta Acqua. Non importa se sei di destra o di sinistra. Questa crisi sostituisce tutto ciò che stiamo facendo. E non importa quanto sia potente un leader. Tutto ciò va oltre la nostra piccola specie».
Nota bene: pubblicazioni novembre/dicembre 2024
